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9/15/2009 Here Comes The SunLa prima cosa che ti chiedo di fare è eliminare i desideri tiepidi e altalenanti che ti distraggono da quelli ardenti. La seconda è smettere di pensare che gli altri sappiano meglio di te quali sogni manterranno la tua energia vitale al massimo. Ti chiedo, inoltre, di ripetere queste frasi almeno venti volte: “So esattamente cosa voglio. So esattamente cosa non voglio. E so esattamente cosa un po’ mi piacerebbe, ma non ci perderò più tempo perché mi impedisce di ottenere quello che voglio veramente”. 7/23/2009 Tettonica delle placche (mentali)
Quando hai trovato un contenitore all'angoscia della tua solitudine, può succedere che un giorno, d'un tratto, ti accorgi che quel contenitore ha un foro. Si tratta di un foro piccolo, però, e tu valuti che, anche se il tuo contenitore non è più a tenuta stagno, non vale la pena di prendere precauzioni, puoi permettere che alcuni dei tuoi fluidi mentali escano. Riesci a sopportarne la perdita. La tettonica a placche del tuo cervello, infondo, provoca eruzioni e la lava celebrale ed emotiva che fuoriesce è bollente: era impossibile che, prima o poi, non creasse una falla. Passano i giorni. Gli eventi precipitano, respiri a fatica, i gas provocati dalla tettonica a zolle escono dalla materia grigia che alimenta i tuoi labirinti mentali. Soffocare, non è la parola giusta ma è la prima che mi viene in mente. I fori, intanto, si moltiplicano. A questo punto, devo, per motivi evidenti, premettere alcuni fatti che hanno preceduto la venuta del foro nel tuo contenitore. Succede che la tettonica non produca solo falle, e dal nulla, un giorno di qualche tempo fa, sotto i fumi di una enorme esplosione sottomarina, sia apparsa un'isola, nuova. Il punto caldo dei tuoi sentimenti. La tettonica constuens, pensi. L'isola, inizialmente deserta, con il tempo si popola. Sentimenti, emozioni, relazioni, percezioni, sensazioni, parole. Resta deserta di una cosa però, dei fatti. Così le parole, rimangono suoni. Significanti senza significati. E ad un tratto ti accorgi che l'isola, ontologicamente parlando, non c'è. Ed eccoci al foro. Il foro del tuo contenitore è l'isola ritornata negli abissi. La tettonica ha dato vita ad un terremoto nelle profondità della tua mente a cui ha fatto seguito uno tsunami neurale che si è mangiato l'isola e ha creato il primo foro nella crosta celeste della tua vita celebrale. La tettonica destruens, appunto. La zolla più densa della fiducia, per subduzione, scivola sotto a quella del terrore. Si crea dunque, una bella fossa oceanica in cui nascondere tutte le tue paure e un'imponente catena montuosa che non lascia passare nessuna nube. Certo, il tuo territorio mentale è desertico ma, di contro, alla mancanza di parole segue la tranquillizzante mancanza di fatti. Un ordine ritrovato. Secondo la teoria della deriva dei contenitori questi si muoverebbero l'uno rispetto all'altro. Il mio più che muoversi, rischia di affondare: è pieno di fori! 7/18/2009 Ferie crociate: e tutti pronti si va via!
Dicono che se perdi un oggetto vuole dire che non ti serviva più.
Dicono anche un anello abbia lo stesso valore di due pantofole rosse, che effettivamente mi hanno seguita a New York... Stamani mi parlavano della solitudine della distanza, ma io riuscivo solo a pensare alla coatta vicinanza del solito tipo, che, in bagno, mi guarda mentre mi aggiusto i capelli. Mi fanno notare che sono terrona. Ed io penso: “Anche il maniaco che dalla finestra di fronte si masturba con lo sguardo fisso su casa nostra, è terrone!”. Dicono che la mia redditività lavorativa sia discreta, ed io penso al primo comandamento riportato, con apposita calamita, sul frigo di casa nostra: “Sfruttami, sono precaria”. I carabinieri mi cercano: sono scappata di casa. Tutti sono ancora convinti che sia minorenne...e che a fanculo da sola ancora non ci possa andare! Pare che abbia il malocchio: “Occhio per occhio, prezzemolo e finocchio!”, esclamo io, mentre cucino le patate alla Bismark. Napoli prima e dopo. Ma prima e dopo rispetto a cosa?! Sembra sia condivisa l'idea che con alle spalle un'istituzione forte e conosciuta a livello europeo, sicuramente tutto andrà meglio. Io intanto vedo bene di stare attenta a passare il più rasente possibile al muro. I miei tarocchi prevedono, per oggi, vento forte. E guardando con attenzione, forse anche qualche temporale al nord. Al sud e sulle isole, soleggiato. Dicono anche le ferie sono sacre. Io direi che, al massimo, sono Sacher. 6/8/2009 C'è del marcio in Danimarca (e non solo)
5/5/2009 Sospensioni
Quando ero piccola, ma neppure troppo, direi almeno fino ai miei 18 anni, pensavo che il matrimonio fosse un fatto della vita. Un po' come la nascita e la morte. Il matrimonio stava nel mezzo, a suggello della vita adulta e responsabile, preludio ad un eventuale concepimento. Il punto esatto da cui si inizia a percorrere il cerchio dell'esistenza, infinite volte. Poi però la mia vita si è sgretolata, allentata, rallentata. In quegli anni un terremoto ha fatto crollare una parte di me, quella in cui avevo riposto, sotto mille materassi, la fiducia. E da allora, un po' come la Principessa sul pisello, non prendo più sonno. Nelle mie veglie ho cominciato prima a provare avversione, poi addirittura odio, verso quelle che erano state fino ad allora le mie convinzioni. Dunque ho distrutto, stracciato, spezzato, cancellato, buttato. Poi, stanca per tutto quel daffare, mi sono sono fermata un attimo. Ed ho pensato: forse il matrimonio è solo un contratto, fatto da chi e per chi la fiducia la vuole comprare. Questa teoria per anni mi è calzata a pennello. Io avevo perso la fiducia ma mai e poi mai ne avrei comprata un'altra, avrei dovuto far risorgere la mia, come la fenice! I propositi erano buoni, i risultati meno. Sicuramente mi stagliavo in qualche punto sulla curva dei rendimenti decrescenti, le risorse aumentavano più che proporzionalmente rispetto ai risultati. Dando un'occhiata al bilancio, mi sono detta che, forse, avevo sbagliato strategia, dovevo cercarne una alternativa per raggiungere il mio vantaggio competitivo. Ecco allora cosa ho pensato: il matrimonio è ammissibile solo per amore, per ottenere dei diritti statali, dopo aver avuto figli. Senza cerimonie festose. Noi, le bimbe, il cane. E due testimoni. Una festa seguirà l'evento, di un po' di giorni, a casa nostra. Secondo questa teoria la fiducia sta alla base non del contratto ma dell'unione. E va comunque ritrovata prima. Stasera però, le mie certezze vacillano e dopo aver ascoltato un po' di storie, dopo aver sperimentato la differenza naturale e artificiale tra legami più o meno solidi, mi chiedo: che diritto ho di giudicare chi la fiducia, invece che cercarla in un dottore, la ricerca in un atto notarile? Infondo, penso, mentre guardo la luna sperando che mi segua, il risultato non cambia. L'importante è che la fiducia ci sia. Poi l'inferno matrimoniale è un'altra cosa: un'assenza di amore, che fa eclissare tutto, anche la fiducia, in qualsiasi modo sia stata ottenuta. 4/20/2009 À la Bastille
Entra nel mio scompartimento, del treno regionale che da Verona porta a Trento, il solito controllore. Un uomo distinto, sulla sessantina, capelli bianchi, divisa inamidata. Mi dà subito l'impressione della brava persona, di quelle che io mandare reverenzialmente a fanculo dopo 5 minuti di conversazione. Me lo immagino in una casa così linda e pinta da potersi specchiare sul pavimento, con la moglie, perfettamente in tono con il resto, che cucina amorevolmente e sommessamente per lui. Prepara pasti delicati e complicati, perfettamente in linea con la tradizione, e glieli serve su di una tavola meticolosamente imbandita. Lui assaggia e si complimenta con la perfetta mogliettina. Non hanno, naturalmente, nessun figlio: i bambini sporcano.
Si avvicina, il controllore, e chiede, deciso, il biglietto al ragazzo che mi siede davanti. Questo è sicuramente straniero, dell'est Europa direi, i tratti somatici sono abbastanza evidenti. Mostra il biglietto al controllore, questo nota subito che non è obliterato. Il ragazzo viene da Milano. Ha un vistoso orecchino con un finto brillante all'orecchio sinistro. La giacca è bucata in più di un punto sulla manica sinistra. Le mani sono piene di calli e ferite. Azzardo a pensare che faccia il muratore. Guarda il controllore e non dice nulla. Quest'ultimo, invece, gli fa la solita predica sulla correttezza del viaggiare in treno e poi gli paventa 50 euro di multa. Il ragazzo lo guarda ancora, con gli occhi verdi spalancati. Non parla però. Estrae, invece, il portafoglio dalla tasca. Quindi prede in mano tutti i fogli che ha lì dentro e li conta. Ci sono 45 euro. Allora apre la tasca delle monete. Ha solo 3 euro. Possiede 48 euro, in tutto. Il controllore mi pare imbarazzato dal silenzio e dai gesti del giovane (e forse anche dal mio sguardo). Gli chiede allora di uscire dallo scompartimento e si dirigono nello spazio tra i due vagoni. Sento di nuovo, in lontananza, menzionare i 50 euro. Poi dopo circa dieci minuti i due rientrano. Il ragazzo ha in mano il foglietto giallo della multa. Il controllore non si ferma nella mia carrozza, ma spedito, passa oltre. L'unico a cui ha controllato il biglietto in questo vagone, è quel ragazzo, un extacomunitario, palesemente riconoscibile dai tratti somatici e dal povero abbigliamento. Chiedo al ragazzo se gli ha fatto tutti e 50 gli euro di multa. Annuisce e mi mostra il portafogli consunto, vuoto. Ed io mi arrabbio, perché avevo pensato che lo avesse fatto uscire per non fargli la contravvenzione o perlomeno che avesse abbassato di molto l'entità della sanzione. E allora sogghigno e scuoto la testa pensando che poi ci si lamenta, in Italia, che i giovani extracomunitari rubano ma la realtà è che spesso sono proprio i poveri per primi ad essere derubati quando arrivano qui (derubati da Trenitalia, dallo Stato, dalle assicurazioni). Solo dopo, loro, ancora più poveri, se possibile, di prima di essere saliti su uno sporchissimo e pidochiossissimo treno, tentano di soppravvivere. 4/16/2009 Più avanti si sosta
Stanotte ho sognato che stavo per sposarmi. Con un vecchio, non meglio identificato.
È mattina, ci sono tutti i miei parenti davanti a casa mia, mi vogliono accompagnare in chiesa. Sono eleganti, con macchine lunghe e lucide. Io ho un vestito terribile: un corpetto rigido attillato, senza maniche, e una gonna morbida, lunga. Tutto rigorosamente bianco, naturalmente (“In ricordo forse della vergine che fui”, penso). A rendermi consapevole dell’orribilità del mio vestito, è, poi, il paragone con quello di un’altra promessa sposa, anche lei diretta in chiesa, che incontro, per caso (?), per strada. La tipa ha un vestito da strega, con tanto di punte lunghe e cappello…ed a me, mentre la invidio tantissimo, non resta che chiedermi come mi sia venuto in mente di comprare un completo tanto orribile per il mio matrimonio e mi dico che avrei dovuto almeno avere un velo, nero, per nascondere lo sgomento che spalanca i miei occhi. Per rendere palese il mio lutto, magari qualcuno si sarebbe mosso a compassione… Seguita dalla mia processione familiare, mi avvio, attraversando la piazza del paese, verso la porta della chiesa. Ma più mi avvicinavo, più la distanza da quella porta si restringe, più mi sale l’ansia e la paura. Allora chiedo di fare una sosta, di pochi minuti, si intende, nel bar della piazza. Ci fermiamo, tutti. Mentre il parentado si impossessa dei tavoli, io vado dritta al bancone e chiedo un martini doppio senza ghiaccio. Ma quando il barista mi porge il bicchiere, rimango immobile a guardarlo, inebetita. Poi di scatto mi giro verso mia madre con la faccia angosciata di chi è costretta e stretta. Lei mi guarda fissa negli occhi e mi dice: “Scappa, di corsa!”. Ed io, ricevuta cotanta benedizione, mi metto a correre a perdifiato. 4/3/2009 Erano giorni di vita dura
Una volta mia mamma mi disse: “Tu leggi troppo! Ecco perché sei diventata così complicata!”. Io cominciai a ridere e le dissi che avrei preso quella frase come un grande complimento. Con il tempo il libro, oltre che ha un piacevole diversivo, è diventato un calmante senza controindicazioni. Uno psicofarmaco per cui non serve prescrizione e che non causa sonnolenza. E quello di eri non era un pesce, purtroppo. Infatti, stamani c'è stata la conferma della disfatta in tutta la sua drammaticità. Allora, dopo aver preso l'ennesimo autobus, tirandomi dietro una valigia corredata di faldone, apro Palahniuk e, in sala d'aspetto, mi metto a leggere di tutti i complessi, sessuali e non, di Victor Mancini (“Già sono italiano, ma anche cattolico no. E' troppo!”) e riesco a calmarmi, riesco per un po' a vedere la realtà con distacco, con maggior tranquillità. Cerco di immaginarmi tra 10 anni e penso a quello che dovrei fare per non avere rimpianti. I libri hanno sempre aiutato la mia immaginazione e adesso la mia fantasia è così fervida che riesco già ad indovinare la voce familiare, in attesa all'altro capo del telefono, che mi illustra teorie sulla coerenza, mi fa il solito sermone, mi racconta storie tragicamente ironiche e mi fa sentire maledettamente parte delle sua, di storia. E' una voce che culla il mio dolore. Io sono un contenitore capiente, anche di contenuti spiacevoli. Di solito non mi piace lasciare che qualcosa fuoriesca dalla me-tupperware. Eppure oggi quella voce è stata il contenitore delle mie ansie, della mia tristezza, il recipiente in cui sono confluite le mie paure, le mie parole spezzate, le mie lacrime silenziose. Non ha aggiunto niente, mi ha solo contenuta. A me non piacciono i grandi discorsi, non amo i consigli, i suggerimenti, io, a volte, voglio solo essere tenuta insieme e trattenuta. E la mia voce ha semplicemente capito. Perché, in fondo, la mia voce mi sa. 3/23/2009 Every me and every you
In via Porta Ticinese, a Milano, un sabato sera, mentre cammino tranquilla verso i navigli, mi si avvicinano due tipi, un uomo e una donna, vestiti bene, giovanili. Hanno in mano dei volantini. Mi porgono il cartonato e mi chiedono se possono invitarmi ad una festa. Sì, mi dicono proprio una FESTA! Scuoto la testa ma insistono, vogliono che prenda almeno il volantino. Mi soffermo un attimo ed è la fine. Sono cattolici. La grande festa si tiene nella chiesa, lì a fianco. “Wow”, penso. E li guardo perplessa. Questi dicono che lì stasera, per me e solo per me (proprio come Obama!), forniranno prove scientifiche (sì, dicono proprio SCIENTIFICHE) dell'esistenza di Dio. Mi viene in mente Guzzanti quando interpreta Quelo, che dice che saprebbe di certo riconoscere Cristo se suonasse alla sua porta: il campanello non funziona da due anni. Rido, non sguaiatamente, ma rido. Intanto ho continuato a camminare ed i due mi hanno seguita. Sono, pardon, siamo, arrivati davanti alla famosa chiesa. Bella, esternamente. La riconosco. Ho letto di quella chiesa, dentro ci sono degli affreschi trecenteschi in stile lombardo. Beh, quella chiesa aperta alle 11:00 di sera non mi ricapiterà. Penso, “Entro e mi guardo il ciclo affrescato”. Ai due tipi non dico nulla, ma scuoto la testa, più volte, e mentre quelli continuano a parlare, entro in chiesa. Ci sono diverse persone che pregano. Una tipa canta musica pop, sacra. Adocchio gli affreschi, in una cappella della navata laterale destra. Mi avvio. Arrivata a metà della navata centrale, però, un signore mi ferma. Mi chiede cosa faccio lì. Gli vorrei rispondere qualcosa tipo “Perché lei è della polizia?”, ma mi limito a dire che voglio vedere gli affreschi. La mia risposta non lo convince. Mi dice che in chiesa si dovrebbe entrare solo per pregare. Gli vorrei rammentare che Leonardo da Vinci era gay, come Michelangelo. Ma rimango zitta e lo fisso dritto negli occhi. Ma quello ha già iniziato il suo sermone. Mi dice che stasera, in via del tutto eccezionale, si possono scrivere su di un foglio, fornito dalla parrocchia, così come la penna, delle preghiere personali che poi devono essere depositate ai piedi dell'altare dove saranno raccolte dalle suore di clausura che pregheranno per le persone ricordate nel foglietto. Mi viene, mio malgrado, di nuovo da ridere. Distolgo lo sguardo e cerco di pensare a qualche morto ammazzato. Ci riesco e mi rifaccio seria. Mi chiede il nome, mi stringe la mano presentandomi il suo. Customer retention, come è scritto sul mio libro di Marketing. Quindi, dice che devo recarmi all'altare, che il Signore vuole parlare con me, infatti lì posso pescare da un'urna un bigliettino in cui saranno scritte le parole che Dio (proprio lui, proprio a me) mi vuole rivolgere, dato che, ha detto, è SCIENTIFICAMENTE provato che la mia mano stasera è guidata dallo Spirito Santo. Avrei tanto voluto chiedere il significato di “scientificamente”, ma il poveretto mi pare proprio invasato. Rinuncio, di nuovo. A dir la verità rinuncio anche a pescare il mio bigliettino, dopo che vedo che c'è una troupe televisiva che riprende l'evento....magari sperano di filmare il famoso Spirito. Mi viene in mente la valigia a Trastevere, dove per 50 centesimi ho pescato una frase di Pessoa. Lì al posto dello Spirito, era il Fato a guidare la mia mano. Esco e penso che sarebbe proprio il caso che quelle persone controllassero sul vocabolario il significato della parola SCIENZA. 3/11/2009 MaleVento
Tempo fa ho sognato che in una sala conferenze gremita, a New York, Obama mi (sì proprio a me, solo a me!) spiegava, la storia della sua famiglia, in particolare dei suoi antenati portati schiavi in America. Mi parlava delle ingiustizie e delle persecuzioni subite dai neri americani. Era bello ascoltarlo. Qualche giorno dopo, ho sognato che stavo manifestando insieme agli anarchici in Piazza San Pietro a Roma. Ed invece del Papa dalla finestra del Vaticano si affacciava Napolitano (sono tremendamente blasfema, lo so). Sapevamo che finita la manifestazione, ci avrebbe ricevuto, nelle sue stanze, uno ad uno. Insomma, avevo un colloquio privato con il Presidente della Repubblica! Prima di me sono entrate, tutte insieme, tre ragazze che evidentemente portavano un tema comune. Io potevo sentire quello che dicevano perché avevano lasciato la porta aperta. Ed ecco quello che dicevano: “Il problema più grave per un giovane, oggi, è non avere abbastanza soldi per potersi sposare”. Beh, rimango interdetta per un attimo ma tocca a me, mi affretto ad entrare e a dire: “Presidente, vorrei che vigilasse attentamente sulla democrazia, stiamo già assistendo a troppe derive fasciste e razziste ed io sono molto preoccupata”. Ieri, infine, ho sognato che avevo, all’interno della Casa Bianca, una piccolo appartamento dove discutevo con Michelle Obama a proposito delle crisi economica. Insomma, riesco ad essere pesante anche nei sogni! Però la mattina, se quando uno di questi è stato l’ultimo sogno della notte, mi sveglio divertita.
Da qualche tempo, però, contemporaneamente ai sogni di matrice politico-sindacalista, sono affetta da luposlipofobia. Sogno di essere inseguita da un branco di lupi intorno al tavolo della cucina mentre cerco di correre con i calzini ai piedi su un pavimento appena lucidato. Per sfuggire all’ansia, appena ho due minuti liberi, con razionalità, chiarezza e precisione mi dico che devo essere razionale, chiara e precisa. Che non ci sono motivi per essere ansiosa. Ma poi penso al dentista e mi preoccupo. Penso che devo scendere a casa ma non vorrei: non mi sento abbastanza in forma per affrontare anche le ansie dei miei. E stamani, è già la seconda volta che mi trovo con la testa tra le mani, lo sguardo fisso sul piano della scrivania e il pensiero che cerca di capire ma arriva sempre alla conclusione che, forse, non c’è proprio niente da capire. Ci sono solo persone diverse, con vite diverse, con scale di valori che male si integrano, con responsabilità e cause decisionali antitetiche. E allora, in un vortice di vite che si intrecciano e si respingono, soffocata da parole strette dai nodi dei fatti, rinchiusa in attimi in cui il tempo non passa, decisa a credere ancora che in nome nomen (Valentina, dal latino valens, "colei che è sana e forte”) ma non riuscendo però a scacciare il dubbio atavico che i miei abbiano iniziato fin da subito a prendermi per il culo, apro il mio nuovo libro di Pamuk e tiro un sospiro di sollievo. Insomma, anche a me dovrà essere riservata un po’ di comprensione, o no?! 3/4/2009 Decalogo
Dieci buoni motivi per NON rimanere single e mantenersi quel che passa il convento:
1) La single deve nascondere i propri punti deboli anche quando li vorrebbe schiaffare in faccia al mondo. Nessuno è troppo indulgente. 2) A casa, la sera, non trova nessuno a cui dare un abbraccio prima di spegnere la luce e dormire. 3) Non c’è nessuno che senza motivo alcuno le dica “Ti passo a prendere!” 4) Fare l’amore, risulta evidentemente complicato. 5) Nessuno fa qualcosa solo per stupirla. 6) Non c’è nessuno con cui può decidere di partire per il Kenya “tra 10 minuti”. 7) La single non ha nessuno a cui poter chiedere aiuto senza la, seppur remota, paura di disturbare. 8) A volte nella sua vita c’è silenzio. Troppo. 9) Non ha qualcuno a cui dare, senza limiti, tutto il buono che è. 10) Non ha nessuno con cui poter leggere un libro.
Lo so, tutti i punti confluiscono su di me, sono io l’obiettivo. Solo uno ha direzionalità inversa. Ma che volete farci?! A stare tanto tempo da sola, sono diventata un po’ più rigida, più intransigente, meno incline a cambiare le mie convinzioni, poco disponibile a trovare compromessi. Sospiro e rileggo il mio decalogo, ma proprio non mi convince, io che non ho mai avuto troppa paura della solitudine, dovrei iniziare a temerla adesso? Mi rammento una frase e, qui, da sola, me la ripeto a voce alta “Adesso potrà anche andare tutto a puttane, però, diavolo, non provarci nemmeno a vivere sarebbe un peccato”. Mortale, aggiungo io. 2/25/2009 America!
Salgo e mi siedo davanti ad un signore di mezz'età. Non è un bell'uomo ma è molto curato. Capelli brizzolati, occhiali rettangolari con bordi arancio, pantaloni marroni, camicia nera. Il computer è custodito in una borsa Piquadro, dello stesso arancio degli occhiali. Quando mi seggo, gli scappa un sorriso aperto che quasi lo costringe a chiedermi per dove sto partendo. Scambiamo qualche parola ma il suo Blackberry suona. Si scusa e risponde. Lavoro. Io allora mi infilo l'I-Pod, mi ascolto Gianna e inizio a leggere il mio libro. Il treno si ferma: Empoli. Sale una signora e chiede al mio compagno di viaggio se il posto accanto a lui è libero. Fa cenno di sì mentre parla ancora al telefono. Lei mi guarda. Le faccio uno di quei miei sorridi di incoraggiamento e cortesia che dicono "Prego, sei la benvenuta!". Ricambia, con occhi lucenti. Gianna canta nelle mie orecchie ed ogni tanto alzo la testa dal libro. Un pensiero mi disturba:"Mi sono svegliata stranamente felice stamani...". È allora che li vedo, tutti e due seduti composti davanti a me. Guardo meglio. Lei avrà quasi 50 anni e sembra una bambola in miniatura. Ha un cappottino stretto stretto fucsia con i bottoni neri, un paio di stivali ("arriverà a calzare un 35?" mi chiedo) con poco tacco. Un caschetto nero, corto. Non ha anelli all'anulare sinistro. Non mi dispiace. Mi accorgo che ogni tanto, senza farsi notare troppo, lo guarda. Sorrido. Non ho controllato se lui porta fedi nuziali, per me, quell’uomo, non può essere che single. Controllo e la mia teoria (la mia!) pare confermata. Continua a parlare incollato al suo cellulare, ma si è accorto che lo guarda, ed allora, aggiustandosi un po’ artificiosamente sul sedile, ricambia un’occhiata, compiaciuto. Ed io, sciocca, in quel momento, mi imbarazzo, mi sento partecipe di una scena intima che non prevede spettatori, così, subito, punto i miei occhi sul libro, le sue parole scorrono veloci sotto i miei occhi ma immobili nella mia mente. Penso che sarebbe bellissimo che quei due si innamorassero lì, davanti a me. E intanto Gianna: “Fammi volare lei le mani sui fianchi come fosse l'America/ Fammi sognare lui che scende e che sale e si sente l'America”. Adesso, mi pare, si parlino, le loro bocche si muovono ma io non sento suoni. Solo musica nelle mie orecchie. Beh, mi dico, non dovrei ascoltare ma che c’è, infondo, di male a sbirciare un attimo nell’amore altrui?! Diminuisco il volume e le loro voci mi colpiscono chiare. Ma qualcosa non va, lui è sempre incollato al suo telefonino eppure lei gli sta parlando…capisco che il mio infaticabile lavoratore ha chiesto un’informazione all’interlocutore all’altro capo del telefono…ma…ha risposto lei! O meglio, anche lei. Sembra che volesse sapere dove si trova una certa via Karl Marx a Firenze e, sì, non mi sbaglio (anche se vorrei tanto!), glielo stanno spiegando in due. Contemporaneamente. “No! No!” vorrei gridarle “non così!!!”. Lui sorride. Poi ride. Mi guarda. Incredulo. Lei ha già cominciato a raccontare che il padre lavorava proprio in quella via. Dannate coincidenze! Lo guardo negli occhi e rido, piano, anch’io. Mi fa l’occhiolino e questa volta il mio sorriso è di rammarico. “Purtroppo è difficile trovare l’amore”, vorrei dirgli, “e il ridicolo è sempre in agguato! Però stavolta è stato divertente provare, non trovi?”. 2/21/2009 Serate liriche
Mia madre e mio padre in salotto che guardano questo dannato festival di San Remo.
Io in camera mia mi vedo Le ragioni dell'aragosta.
Sale in casa mio zio, per salutarmi.
Va in salotto e chiede: "Dov'è Vale?"
Mia madre: "È in camera con il suo..."
Mio zio: "Ragazzo????!!!!"
E lei: "No, computer!" 2/17/2009 RitrattoFiglia unica di due genitori tra loro diversissimi. Io posso affermare con certezza di assomigliare solo a mio padre. Sono nata con i capelli rosso rame e questo ha segnato il mio destino. Non ho mai avuto il coraggio di cambiare colore. Sono sempre rimasti così: naturali. Questa, forse, è ed è stata, fino ad adesso, la costate della mia vita. Quando ero piccola trascorrevo giorni interi ad inventare. Sperimentavo pozioni esplosive, intrugli magici, ombrelli volanti, macchine del tempo. Mi piaceva smontare cose e poi riorganizzare le loro parti in modi diversi, nei miei modi. Tutto questo, naturalmente, lo facevo fuori, con la luce del sole che infiammava i miei capelli. Il mio mondo mi si addiceva. A scuola sono stata sempre brava, mi veniva facile. Che dovevo fare se in prima elementare usavo correttamente gerundio e congiuntivo?! Poi il Liceo. Ero carina, però di contro leggevo, scrivevo ed a Storia avevo 9. Ma, anche stavolta, che colpa potevo imputarmi se mi affascinava Enrico IV inginocchiato nella neve davanti al castello di Matilde di Canossa?! E comunque, non ero solo questo: andavo ai concerti, ballavo, saltavo, viaggiavo e avevo spasimanti che la sera mi chiamavano a casa, dato che la mia adolescenza è stata priva di cellulare. Quindi l'Università: la liberazione dalla provincia, la libertà da certe costrizioni familiari. È stato faticoso lo studio ma tutto sommato facile, almeno finora. Il Classico è stata una buona palestra. In mezzo ai miei avanzamenti cognitivi c'è stato un periodo d'amore nero e molto privato, di cui tuttora alcuni dettagli mi sfuggono. Credo che sia questo il motivo per cui non ho mai fatto partecipe la mia famiglia di molti miei amori: non ho saputo tutelare me stessa e ho avuto paura. Questo era, e, forse, lo è ancora, ma non lo so più, un modo per preservare i miei affetti dal dolore. Ci sono stati amori, di spessore diverso. Amori fantasiosi, avventurosi, artistici, culturali, divertenti ma mai e poi mai abbastanza pieni di noi, o almeno di me. Mi sono annoiata. Me ne sono andata. I restanti amori non sono neppure degni di accenno. Vorrei raccontarti di me molto più a lungo. Ma è tardi e sono ammalata. Dovremo rimandare. Sempre che tu, nel frattempo, non abbia deciso di sparire.2/15/2009 Solo 100 passi
"Non hai perso tempo!"
"E perché avrei dovuto?"
"Buona risposta per qualcuno che non ha coscienza."
"Ma io ce l’ho!"
"Peccato sia muta."
"…"
"E la mia parli troppo!"
In realtà ciò di cui ha avuto prova qualche ora fa, lo immaginava già, anche se sperava ancora che qualcuno si salvasse. Che vi fossero delle isole di speranza certa. Ripensa a tutte le parole ascoltate. Alle sensazioni. Ai sentimenti. E tutto le sembra lontano, nebuloso, irreale. Si guarda intorno e stenta a riconoscere le stesse facce, le stesse persone. Stavolta non è così solo se vi pare, stavolta così è stato. E così è e basta. Si trova strana guardando dalla finestra ma lei proprio non riesce, per esempio, a svegliarsi una mattina con una persona accanto e con un’altra qualche giorno dopo. Se lo facesse dentro morirebbe. E mentre morirebbe penserebbe comunque che, almeno una delle due persone, quella che suo malgrado ha la verità, dovrebbe saperlo. Forse capirebbe. Forse la aiuterebbe a capire. Forse capirebbero insieme. Ma lei, non è così, lei ha bisogno di riflettere, di elaborare. Ha bisogno di solitudine. Ha bisogno di un letto vuoto. Che nessuno la cerchi, neppure l’ultimo degli amanti. Lei ha bisogno di spazi vuoti. Di silenzi. Di assenze. Crede, infatti, che bisogna nascerci capaci di essere sentimentalmente sciolti e sessualmente distaccati ed evidentemente lei non ci è nata. E nemmeno ci vuole diventare. E allora, stasera, visto che dopo questa epifania io (e anche lei) non riuscivo proprio a dormire, malgrado la febbre, mi sono imbottita di farmaci e ho preparato la cena. Pasta al salmone, pollo al curry, riso basmati, torta di zucchini, verdure in padella, tiramisu. Forse ho un po’ esagerato ma ho trasformato la rabbia in cibo e questo non mi pare male. Non dormirò stretta a nessuno, e malgrado il mio brillante oroscopo, l'opzione di avere orgasmi multipli mi pare decisamente improbabile, ma quello che conta, stasera, come tutte le altre sere, è che quando mi guardo dentro mi sento bene. Sono tranquilla. Certo, direte voi, un po’ fessa ma a me tutto sommato non dispiace essere un po’ Coliandro, un po’ cogliona. Però è anche vero, come mi hanno giustamente fatto notare, che mentre io sono a letto decisamente troppo malata, gli altri escono a cena per San Valentina, ops San Valentino! Annuisco ma non riesco a non rispondere: “Eppure ero distante solo 100 passi...”. 2/10/2009 Nera come la neve
Sento la neve che scende. Adesso i fiocchi hanno la dimensione esatta delle lacrime. Nel Palazzo delle pulci c’è un appartamento dove vive un uomo senza nome. Un professore universitario di Filosofia. Divorziato. Ubriaco di giorno, sobrio di notte, che, dopo aver annunciato la scoperta della tomba di un santo in giardino, si trova innamorato dell’inquilina del quarto piano: l’Amante Blu. Al piano terra lavorano due parrucchieri gemelli. Ma posso già indovinare che T. ucciderà P. I due estremi del bipolarismo, stavolta, vivono in due individui diversi ma con lo stesso DNA. Madama Zietta, la vecchietta del terzo piano, invece, nasconde un misterioso segreto e quando mi vede mi fa un sorriso di cera. E Sidar, penso che con tutta la roba che si prende, morirà presto. Ma almeno morirà felice, in compagnia del suo cane. Ho preso anch’io, giusto qualche giorno fa, un appartamento in affitto a palazzo Bonbon. Lo so che è impestato da un fetore nauseabondo di spazzatura, ma infondo, niente di così lontano da Napoli. Per i condomini io sono alternativamente la Maga delle spezie e Monna Lisa Cyperpunk. Credono che viva nel peccato. Fuori dalle leggi del Corano. Eppure io ci ho provato, ma pare che la religione scivoli sul mio corpo senza aderirvi. La mia lotta con il sacro è sempre stata scivolosa e profonda. Però tutti sanno, ma nessuno se ne accorge, che nel momento esatto in cui da Maga mi trasformo in Monna Lisa riesco a vivere, come fanno i martiri, con il cuore a metà, come adesso. Avrei molti incantesimi da utilizzare per ottenere quello che voglio, ma stavolta preferisco rimanere in silenzio. Le mie parole devono essere parole senza magia, senza musica, adatte ad un monolocale. Non esiste, infondo, un appartamento più grande, in affitto, a Palazzo Bonbon.
2/9/2009 La descrizione di un attimo
Vorrei poter descrivere un attimo. Ma adesso proprio non riesco.
Forse sto semplicemente cominciando a diventare pazza ma non capisco ancora né come mi sento né cosa sento. Le convinzioni a volte crollano ma poi una frase semplicissima, un nonsense, mi fa sorridere.
Una cosa però mi appare chiara: mi piacerebbe vedere non solo il presente ma anche un piccolo ritaglio di futuro nella descrizione di un attimo. 1/30/2009 Root GingerBertie Godec by Jenny Wicks
Frida Kahlo: “Questa cosa che mi hai raccontato mi fa ridere più di una barzelletta!!! Ahahahahahah!” Piet Mondrian: “Certo cara , c’è da dire, che si danno proprio da fare…credo che dovresti anche tu venire a vivere a New York, a casa mia.” Georges Seurat: “Vivere altrove. Un antico desiderio fatto di cause contingenti. Concentrati sui tuoi obiettivi. Sui tuoi punti.” Egon Schiele: “ Ricordati che sei una professionista e che il tuo mondo, grazie a dio, è quello del tuo cervello. Ti serve solo un corso di auto motivazione ogni tanto, non un ragazzino!” Artemisia Gentileschi: “Chi si assomiglia si piglia. Pensa le disgrazie amplificate!” Giorgio Vasari: “Guarda, bella, che funziona così dappertutto!” Edward Hopper: “Ma poi a noi, ce ne importa qualcosa?!” Verdirosi: “Un viandante per la strada, un solo cane dietro all'uomo, una sola scelta: la libertà.” Uno l’ho amato, Un altro l’ho vissuto, Uno l’ho creato, Un altro l’ho dimenticato, E l’ultimo l’ho solo immaginato. 1/26/2009 009 sorrisi, per ValeUna vecchia casella di posta, che non controllo da tempo.
Rovistando, stasera, ho trovato due belle sorprese. Due regali scartati in ritardo. Sfido la legge sul copyright e, sì ragazzi, vi pubblico. Pubblico due pezzi della mia vita.
Grazie Bene. Grazie Ale.
Voglio accendere la fiammella dei sorrisi. Il velo della mia tristezza sparirà. Alla luce dei miei sorrisi vedrò la mia anima, ora nascosta dietro al buio addensato nei secoli. Quando avrò trovato me stessa mi slancerò in tutti i cuori con la fiaccola dei miei sorrisi sinceri. Prima sorriderà il cuore, poi gli occhi, poi il volto.
Cercherò di far sorridere coloro che piangono, sorridendo io stessa anche quando è difficile. 1/22/2009 La sicurezza del precariato
L'amore è la risposta, ma mentre aspettate la risposta, il sesso può suggerire delle ottime domande.
Woody Allen
Un futuro in cui il mio ruolo è incerto. Una fine perennemente visibile. Una proiezione nel tempo instabile. Niente contributi, né pensione, né straordinari pagati. Eppure il precariato è la mia sicurezza. L’ancora di salvezza della mia vita. Essere precaria, per me, vuol dire avere il divenire a portata di mano. Essere qui pensando altrove. Vivere in perenne cambiamento. E nell’ossimoro di questa condizione sentire il domani nel presente, i traguardi vicini, i sogni quasi possibili. Un contratto a progetto, a tempo determinato spezzano un continuum quotidiano e abitudinario. Noioso, come un fidanzato che vuole sentirsi dire che sarà per sempre e che vuol farsi firmare un contratto, drammaticamente a vita.
I Beatles cantano Strawberry fields forever, ma io non voglio vedere a tempo indeterminato una distesa infinita di fragole. Io voglio vedere campi diversi, in tempi determinatamente diversi.
Ma soprattutto, per dirla come va detta, in questa logica, il dolore che affronto è più sopportabile: anche questo è a tempo determinato. |
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